Tutte le dimostrazioni classiche dell'esistenza di Dio


foto articolo del sito esistenza di Dio




Aristotele


Aristotele cercò di dimostrare l'esistenza di Dio, o più precisamente di una delle tante divinità che secondo lui governavano la realtà dai cieli, facendo riferimento al cambiamento a cui è soggetta la natura nel suo complesso, il quale deve essere considerato eterno.

Per giustificare la suddetta affermazione egli chiama in causa la situazione di immobilità che dovrebbe caratterizzare l'inizio e la fine del cambiamento.

In pratica evidenzia come sia impossibile attribuire un inizio al cambiamento perché per farlo partire da una situazione di immobilità dovremmo imporgli un ulteriore mutamento che in questo modo verrebbe a connotarsi come precedente al suo inizio.

Allo stesso modo non può essere attribuito al cambiamento neppure una fine perché per farlo terminare in una situazione di immobilità dovremmo anche in questo caso imporgli un ulteriore mutamento che verrebbe a connotarsi come successivo alla sua fine.

A questo punto Aristotele si interroga su cosa possa determinare questo cambiamento eterno, e arriva alla conclusione che debba trattarsi di un motore immobile.

Per giungere a questa conclusione egli fa notare come un cambiamento eterno non possa che provenire da una causa altrettanto eterna, che potremo considerare immobile nel preciso senso di non mutare mai la propria opera.

Ma secondo Aristotele vi è solo un tipo di azione capace di operare incessantemente senza per questo mutare, ed è il pensiero. Pertanto questo motore primo deve essere ritenuto fisso nell'unico e solo pensiero di generare il mutamento che serve alla realtà per evolversi.

E poiché il pensiero è un'attività propria della vita, questo motore immobile dovrà essere considerato anche vivo.



Cicerone


L'argomento più convincente a sostegno dell'esistenza di Dio, perlomeno secondo Cicerone, è quello che prende in considerazione il grande successo riscosso dall'idea di divinità.

In particolare Cicerone fa notare come questa specifica idea sia rintracciabile nei popoli di ogni tempo e luogo, a dimostrazione della sua universalità che egli imputa direttamente alle caratteristiche insite nella natura umana.

E se è la nostra stessa natura ad indirizzarci verso la dimensione del divino, allora Dio deve esistere.

Infatti, sempre secondo Cicerone, non possiamo dubitare di ciò verso cui ci spinge la natura, perché se lo facessimo dovremmo dubitare anche della ragione di cui essa ci ha dotati. E in questo modo finiremmo per diffidare di ogni cosa, cadendo vittime di uno scetticismo cieco e distruttivo.



Avicenna


Per dimostrare l'esistenza di Dio, Avicenna distingue il necessario dal possibile, intendendo per possibile tutto quello che per esistere ha bisogno di qualcos'altro e per necessario ciò che esiste di per sé.

Poiché sappiamo che qualcosa esiste, allora deve esserci un essere necessario che con la sua esistenza giustifica la presenza di tutte le altre cose che derivano da lui. Questo essere necessario secondo Avicenna è ciò che noi identifichiamo con Dio.



Anselmo D'aosta


L'argomentazione con cui Anselmo d'Aosta si propone di dimostrare l'esistenza di Dio inizia con un riferimento a quegli stolti che la negano, i quali per poterlo fare hanno comunque bisogno di intendere Dio in qualche modo, e lo fanno raffigurandoselo nell'intelletto come quella cosa di cui non si può pensare il maggiore.

A quel punto Anselmo prosegue affermando che ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell'intelletto, perché se così fosse andremmo incontro ad una contraddizione.

Infatti se esistesse solo nell'intelletto e non nella realtà, potremmo pensare a quella stessa cosa come esistente sia nell'intelletto sia nella realtà, e quindi potremmo raffigurarci qualcosa di più grande di essa.



Tommaso D'Acquino


Tommaso propone cinque vie attraverso le quali si può giungere all'esistenza di Dio.

La prima via prende in considerazione i singoli cambiamenti che avvengono in natura.

Secondo questa argomentazione se un ente cambia, lo fa assumendo caratteristiche che in quel momento non possiede e che quindi devono necessariamente provenire da un altro ente.

Tuttavia anche questo secondo ente per trasferire le suddette caratteristiche al primo sarà costretto a sua volta a mutare, e per giustificare questo ulteriore cambiamento dovremo ricorrere ad un terzo ente, e così di seguito fino ad introdurne infiniti.

Il problema è che se l'origine dei mutamenti si perdesse veramente all'infinito, non ci sarebbe alcun vero cambiamento iniziale, e senza un cambiamento iniziale non avrebbero potuto avere luogo neppure quelli successivi, e oggi non ve ne sarebbe alcuno.

Ma poiché invece i cambiamenti esistono, deve essercene stato uno iniziale capace di agire senza richiedere alcun ulteriore mutamento, e quindi in grado di costituire il primo motore immobile.

E questo primo motore immobile secondo Tommaso è ciò che noi identifichiamo con Dio.

La seconda via prende in considerazione l'origine delle cose che avvengono in natura.

Secondo questa argomentazione qualsiasi ente esista deve essersi originato grazie ad un altro ente, perché per prodursi da sé avrebbe dovuto esistere prima ancora di esistere.

Tuttavia anche questo secondo ente non avrà potuto crearsi da sé, pertanto per spiegare la sua esistenza avremo bisogno di ricorrere ad un terzo ente, e così di seguito fino ad introdurne infiniti.

Il problema è che se l'origine degli enti si perdesse veramente all'infinito, non ci sarebbe alcun vero ente iniziale, e senza un ente iniziale non avrebbero potuto avere luogo neppure quelli successivi, e oggi non ve ne sarebbe alcuno.

Ma poiché invece gli enti esistono, deve essercene stato uno iniziale capace di crearsi da sè, e quindi in grado di costituire la causa prima non causata.

E questa causa prima non causata secondo Tommaso è ciò che noi identifichiamo con Dio.

La terza via prende in considerazione la contingenza delle cose che avvengono in natura.

Secondo questa argomentazione se attribuiamo ad ogni ente la possibilità di non esistere, allora in un tempo sufficientemente lungo si verificherà prima o poi un momento nel quale ogni ente si troverà a non essere esistente.

Il problema è che se in un certo momento non fosse veramente esistito nulla, niente avrebbe potuto modificare quello stato di cose, e ancor oggi non ci sarebbe altro che nulla.

Ma poiché qualcosa esiste, dobbiamo concludere che vi sia perlomeno un ente la cui esistenza non possa mai venire meno, e quindi un ente che dovremo considerare necessario.

E questo ente necessario secondo Tommaso è ciò che noi identifichiamo con Dio.

La quarta via prende in considerazione i gradi con cui si manifestano le qualità in natura.

Secondo questa argomentazione per ogni qualità di cui sia possibile una gradazione, vi sarà un ente che la possiede in grado massimo e che la distribuisce a tutti gli altri.

In questi termini l'ente che avrà l'essere come qualità in grado massimo, sarà anche l'ente responsabile dell'essere di tutte le altre cose, e quindi anche della bontà e delle altre perfezioni.

E quest'ente responsabile di ogni perfezione secondo Tommaso è ciò che noi identifichiamo con Dio.

La quinta via prende in considerazione l'ordine presente in natura che fa tendere ogni cosa ad un fine.

Secondo questa argomentazione la convergenza verso un fine, richiede una guida consapevole ed intelligente. E poiché tutto in natura appare ben congeniato e seguire un preciso disegno, deve esserci un'ente intelligente che guida ogni cosa.

E quest'ente intelligente secondo Tommaso è ciò che noi identifichiamo con Dio.



Descartes


Descartes offre essenzialmente tre prove dell'esistenza di Dio.

La prima di queste prove è incentrata sull'idea della perfezione e parte dal presupposto che solo un essere perfetto può essere ritenuto capace di generarla.

Il problema che si pone Descart è capire da dove provenga l'idea di percezione che siamo in grado di concepire noi esseri umani, e che si manifesta ad esempio quando ci troviamo a dubitare di qualcosa, e ce ne sentiamo privi.

Di sicuro non può provenire da noi, dal momento che essendo capaci di dubitare ci dimostriamo imperfetti, ma non può provenire neppure dalle cose che osserviamo esternamente, dal momento che anch'esse risultano imperfette, prova ne sia che possiamo metterne in dubbio perfino l'esistenza.

L'unica conclusione possibile è che questa idea di perfezione provenga da un essere che non potendo coincidere con noi, né identificarsi con gli oggetti di cui abbiamo esperienza, finisce per coincidere con Dio.

La seconda prova è incentrata sulla perfezione che sappiamo mancare alle nostre qualità.

Il problema che si pone Descartes in questo caso è quello di capire da dove provenga quel poco di perfezione di cui disponiamo.

Di sicuro non può provenire da noi, perché se fossimo stati in grado di farci da soli ci saremmo dati la perfezione che sapevamo mancarci. Pertanto l'unica conclusione possibile è che quel poco di perfezione di cui partecipiamo ci sia elargita da un essere perfetto, e quindi da Dio.

La terza prova è incentrata sul fatto che l'esistenza è tanto necessaria al concetto di un essere perfetto, quanto le proprietà geometriche lo sono per gli oggetti della geometria.

Si tratta cioè di una necessità di cui non possiamo dubitare, e che possiamo ascrivere direttamente alla natura propria della perfezione.



Leibniz


Anche Leibniz si cimenta nella dimostrazione dell'esistenza di Dio, e il suo contributo in questo campo è ben rappresentato dai due seguenti argomenti.

Nel primo argomento egli afferma che il concetto di Dio, in quanto riferito all'essere necessario, è il solo a cui possa essere attribuita la prerogativa di esistere non appena tale esistenza sia ritenuta possibile.

E poiché nulla rende impossibile l'esistenza di un essere privo di limitazioni e qualità negative, allora Dio deve esistere.

Nel secondo argomento Leibniz chiama in causa il principio di ragione sufficiente.

Secondo questo principio se si verifica un fatto che in linea teorica avrebbe anche potuto non avvenire, è per l'intervento di qualcosa che lo ha reso necessario.

Così se in questo momento qualcuno sta leggendo queste frasi invece di fare qualsiasi altra cosa che era nelle sue possibilità fare, lo dobbiamo all'intervento di un altro specifico fatto contingente, che necessiterà a sua volta di un'ulteriore spiegazione, e così di seguito fino ad introdurne infinite.

Il problema è che la serie infinita delle spiegazioni che può essere prodotta in questo modo non sarà mai in grado di fornire una ragione sufficiente a spiegare il verificarsi anche di un solo fatto.

L'unico modo per raggiungere un simile risultato sarebbe quello di uscire dalla serie delle spiegazioni contingenti, appellandosi ad un principio necessario.

E poiché tutti i fatti sono legati tra loro più o meno direttamente, quello che si verifica in ogni momento potrà essere spiegato ricorrendo ad un unico principio necessario.

E questo principio necessario secondo Leibniz è ciò che noi identifichiamo con Dio.



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