È possibile una dimostrazione epistemologica dell'esistenza di Dio?


foto articolo del sito esistenza di Dio




Il modo migliore per scorgere i limiti della ragione umana consiste nell'eseguire un'analisi della realtà basandoci sui soli strumenti razionali di cui ci ha dotato la natura.

Questi strumenti sono costituiti dal principio di conferma e dal principio di contraddizione, ovvero dalla capacità della mente di accorgersi della coincidenza o della diversità tra quanto essa stessa si attende di percepire in un dato luogo e in un dato momento, con quanto si trova effettivamente a percepire in quel luogo e in quel momento.

Poiché la ragione umana così descritta viene a fondarsi interamente sulle percezioni, perveniamo immediatamente alla conclusione che non sia possibile in alcun modo sviluppare una visione del mondo ad esse difforme.

Questo significa che nel comporre pezzo dopo pezzo una qualsiasi teoria scientifica non potremo mai mettere in discussione l'esattezza delle nostre percezioni, e il nostro compito sarà essenzialmente quello di riuscire ad interpretarle nel modo corretto.

A questo scopo dovremo usare gli strumenti razionali precedentemente descritti per definire esistente qualsiasi percezione di cui riusciremo ad avere la conferma e inesistente qualsiasi altra percezione che vedremo contraddetta.

Ad esempio se sperimenteremo la percezione di un tavolo, attendendoci di vedere quel tavolo proprio laddove ci appare e nel momento in cui ci appare, ne otterremo la conferma e potremo considerare esistente la sua percezione.

Allo stesso modo potremo ritenere che in quel luogo e in quel momento non possa esistere nient'altro di diverso dalla percezione di quel tavolo, dal momento che aspettandocene una qualsiasi altra finiremo inevitabilmente per vederla contraddetta.

Un aspetto importante da chiarire di questo discorso è che le qualità dell'esistenza e dell'inesistenza dovranno essere riferite esclusivamente alle nostre percezioni. In questi termini sarà corretto affermare che esiste la percezione di un tavolo, ma non che esista automaticamente al di fuori della nostra mente un qualcosa che corrisponda veramente a quel tavolo, intendendo per esso un oggetto che abbia un'esistenza autonoma e quindi distinta dall'essere una nostra percezione.

Facendo nostro questo procedimento rigoroso arriviamo ben presto ad un'altra importante conclusione, ovvero che le nostre percezioni costituiscono in sé qualcosa di sempre esistente, nel preciso senso che ogni volta che decideremo di verificare se stiamo percependo qualcosa, riusciremo ad averne la conferma.

Altro aspetto fondamentale della realtà che possiamo considerare sempre esistente è la nostra coscienza, intesa come la caratteristica delle nostre percezioni di avere un senso a sé stante.

Per pervenire a questa conclusione basta considerare che qualsiasi forma abbiano le nostre percezioni, nel momento in cui cercassimo al loro interno la qualità che ci permette di concepirle come aventi senso a sé stante, finiremo sempre e comunque per trovarla.

In pratica da quanto emerso finora possiamo affermare che la realtà non sia altro che l'insieme delle percezioni di cui siamo consapevoli, e quindi che ad esistere saranno sempre e solo delle percezioni dotate di coscienza.

Il limite di un approccio di questo tipo è che non ci dice granché di come funzioni la realtà, per il semplice fatto che non percepiamo direttamente ciò che induce le nostre percezioni ad essere quello che sono e non una qualsiasi altra cosa, se non per quel limitato ambito di esperienza che identifichiamo come nostra immaginazione.

Con ciò intendo dire che quando immaginiamo qualcosa, contestualmente alle immagini così prodotte percepiamo anche ciò che le determina, ovvero la nostra volontà. Ma non percepiamo nessuna volontà dietro le rimanenti percezioni, ed è proprio per questa ragione che reputiamo responsabile della loro esistenza un mondo esterno e disgiunto da noi.

È chiaro a questo proposito che se vogliamo comprendere qualcosa in più della realtà che sperimentiamo dovremo integrare il procedimento fin qui seguito con delle opportune assunzioni, ovvero dovremo necessariamente fare delle ipotesi su come potrebbero stare veramente le cose.

Da questo punto di vista possiamo ipotizzare che dietro le nostre percezioni si nasconda davvero un mondo esterno a noi, e quindi che ci siano veramente degli oggetti concreti che riusciamo a concepire soltanto grazie alle rappresentazioni che la nostra mente riesce a darne.

Siamo di fronte ad un'ipotesi molto intuitiva, che non a caso ripercorre proprio quella stessa strada che hanno sempre seguito gli individui umani nel corso della loro quotidianità, e che risulta essere condivisa anche dall'approccio scientifico convenzionale.

Il problema di un approccio di questo tipo è quello di nascondere al proprio interno un'insidia davvero considerevole, in quanto nell'ipotizzare la presenza di un mondo esterno alla nostra mente, attribuiamo all'esistenza la facoltà di potersi esprimere in una forma diversa dall'essere una percezione. Ma l'esistere come percezione è l'unica forma di esistenza di cui sappiamo qualcosa, e di fatto non abbiamo la benché minima idea di quello che potrebbe significare esistere per un oggetto esterno alla mente.

In maniera più sintetica possiamo affermare che l'atto di fede nei confronti di un mondo a noi esterno si configura come un enorme balzo nel vuoto.

Esiste tuttavia un approccio alternativo che possiamo adottare per cercare di comprendere meglio la realtà, ed è basato sull'ipotesi che ci sia una mente del tutto simile alla nostra che immagina ogni aspetto del creato, compresi noi stessi.

In quest'ottica l'universo viene a configurarsi come il frutto dell'immaginazione di quest'unica mente, e quindi come un qualcosa composto esclusivamente da percezioni dotate di coscienza.

La prospettiva che in questo modo vediamo schiudersi di fronte a noi viene dunque a poggiare su un atto di fede di minore entità rispetto a quello richiestoci dall'assunzione precedente, sia perché in questo caso non ipotizziamo alcuna forma di esistenza diversa da quella che già sappiamo sussistere, sia perché la realtà si dimostra già capace di agire come una mente, perlomeno nell'ambito limitato delle percezioni che controlliamo con la volontà.

Quello che possiamo osservare a questo punto è che se applichiamo correttamente la metodologia scientifica più rigorosa, ovvero quella che asserisce che a parità di fattori la spiegazione più semplice è anche quella che tende ad essere corretta, alla domanda: "Di cosa è fatta la realtà?" dovremo necessariamente rispondere: solamente di percezioni dotate di coscienza.

In pratica facendo nostro il modo più serio e rigoroso di fare scienza ci ritroveremmo direttamente a sancire l'esistenza di Dio, nel preciso senso che una mente che produce l'universo così come noi siamo in grado di immaginare, viene a rappresentare in un modo molto concreto ciò che noi intuitivamente abbiamo sempre definito come Dio.

Infatti se proviamo a formalizzare questa conclusione possiamo considerare la suddetta mente onnipotente in quanto capace di far avvenire tutto ciò che desidera, onnisciente in quanto conosce il motivo per il quale ogni cosa esiste, e onnipresente in quanto ciò che immagina è già parte di sé.

Ma la cosa ancora più straordinaria che vale la pena sottolineare è come si arrivi a questa stessa identica conclusione anche seguendo l'approccio convenzionale della scienza, e quindi l'ipotesi che esista veramente un mondo esterno alla nostra mente, come ho di fatto dimostrato nel mio libro: "La coscienza dell'esistenza".

E se seguendo due strade completamente autonome e disgiunte arriviamo alla medesima conclusione è segno innegabile di essere davvero vicini a qualcosa che possiamo identificare come verità assoluta.



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